Il "DDG Project" è un’idea artistica che ruota intorno alla figura di Davide De Gregorio, compositore ed arrangiatore italiano che, nel suo primo disco “Chaos”, uscito lo scorso 22 maggio, vanta collaborazioni eccellenti, tra cui quelle con Cora Coleman e Josh Dunham, musicisti di Prince e Beyoncè. La particolarità di questo progetto? La tendenza alla multiculturalità, che spazia dalla musica alle arti visive utilizzando un linguaggio globale simile all’Esperanto. DDG ne ha parlato in esclusiva a LoSpettacolo.it:
Il DDG Project è un progetto multiculturale che spazia dalla musica alle arti visive. Puoi spiegare meglio questa combinazione artistica?
"Il DDG Project è innanzitutto un progetto musicale che, in alcune canzoni, per i contenuti e le tematiche trattate, sente l’esigenza di allargare ed amplificare la forza espressiva del mero messaggio musicale, incontrando altri punti di vista ed altre discipline artistiche, in particolare le arti visive, per dare vita ad un prodotto di maggior forza comunicativa. E’ una sorta di interscambio di cui beneficiano sia la musica che le immagini".
Perché la scelta di usare un linguaggio simile all’Esperanto?
"Il progetto lingua Esperanto ha una sua storia. L’associazione con il linguaggio che uso nelle mie canzoni è una mera convenzione lessicale, una sorta di 'escamotage' dialettico nato per ricondurre al concetto di base dell’unione e della mescolanza. In realtà non utilizzo termini dell’Esperanto ma, oltre ad un inglese più internazionale che 'British', prendo parole 'dal mondo', vocaboli che hanno accezioni non nazionali ma più globali, al fine di rendere più ampio il range di comunicazione. Certo non si può scrivere 'per tutti', tuttavia il mio sogno (scontato e forse banale) è quello di arrivare a più gente e pubblico possibile con la musica e le parole".
Come nasce il linguaggio che usi nelle tue canzoni?
"Tutto questo nasce dalla somma delle mie personali esperienze di vita, da ciò che ho amato ed assorbito in anni di incontri e di condivisione artistica e personale; è frutto della mia curiosità, della mia propensione allo scambio ed al mescolamento dei generi".
In che modo riesci a tradurlo dal punto di vista musicale?
"Porto nel mio mondo musicale con questo discorso tutto ciò che amo, sia dal punto di vista personale che artistico, cerco suggestioni differenti, provo a stupirmi e a non perdere il senso della meraviglia e provo a sorprendermi. Funk, blues, dance, reggae, spaghetti western, la musica napoletana etc. tutto ciò è dentro di me, ci è passato, si è sedimentato, è riapparso, è scomparso, convive serenamente e ribolle in attesa di un’altra idea buona".
Non pensi che l’uso di un idioma globale possa, al contrario, essere poco fruibile e motivo di scarsa comprensione da parte del pubblico? (Lo stesso Esperanto, del resto, non ha ancora preso piede come progetto di lingua universalmente utilizzata)
"L’intento è quello di arrivare a più orecchie possibili e, in tal senso, credo che non esistano limiti. Resto fermo su un punto: se l’intenzione è positiva ed è mossa da energia, quest’ultima arriva e si propaga. Lo stesso Esperanto è forse fallito, ma se ne parla ancora e ne condivido l’aspetto evolutivo dell’idea del’abbattimento delle barriere linguistiche tra popoli".
I tuoi brani propongono anche curiose miscele musicali e ritmiche. In che modo è possibile combinare stili diversi?
"E’ semplice, basta non pensarci troppo e farsi guidare dalla gioia nel creare, cantare e suonare le cose che si sentono naturali per tirarle fuori con coraggio, per metterle in gioco e misurare il gradimento del pubblico che le ascolterà".
Hai avuto la fortuna di poter viaggiare e vivere in diversi Paesi del mondo, assorbendone le rispettive influenze culturali ed artistiche. New Orleans, Londra, New York, L’Avana, Lagos e Napoli: cosa ti ha dato, artisticamente parlano, ciascuna di queste località. In che modo hanno poi influenzato la tua vena artistica?
"Tutti i posti che vedi, le persone che incontri, le esperienze che fai hanno la forza enorme di allargare gli orizzonti culturali, creativi e mentali di ognuno di noi. Cercare è una prerogativa che mi accompagna sempre; nella scoperta degli altri e nella condivisione trovo grande gratificazione interiore. Filtro attraverso la mia 'firma' quello che mi arriva, che mi pervade e che mi arricchisce, con un piacere assoluto".
Durante la tua permanenza londinese, in particolare, hai avuto modo di collaborare con Cora Coleman e Josh Dunham, rispettivamente batterista e bassista di Prince. Che ricordo hai di questo periodo e quale importanza ha avuto nella tua formazione artistica?
"Londra mi ha insegnato che fare musica è una cosa seria, che ti dà una dignità e che non si ottiene nulla di buono e duraturo se si ha un approccio provinciale e chiuso. Naturalmente è una città piena di novità, consuma tutto e tende a cancellare e a bruciare presto. Da questa esperienza londinese ho capito che il ritmo vitale di una persona (e nel mio caso di una persona che ha deciso di fare l’artista), non va sottomesso e condizionato ai ritmi di una città, ma va vissuto con i propri tempi. A Londra ci si ispira sempre, ma la stessa cosa succede a New York, a Parigi dove si ritrova il meglio della musica africana ed il fermento è anche in molti altri posti del mondo. Le tendenze si bruciano in fretta; ecco perché chi crea deve focalizzarsi sul proprio e personale linguaggio artistico ed avere la pazienza, il sentimento e la razionalità di lavorarci senza farsi travolgere dalle continue correnti".
Quando e come nasce il tuo disco “Chaos”?
"L’idea del disco era in gestazione già nel 2008, ma il via è nato proprio dall’incontro con Josh e Cora a Londra e da quello con Gianluca di Furia, un produttore visionario e fuori dagli schemi, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare questo disco. Il videoclip di “Chaos” è la naturale prosecuzione di un discorso artistico-creativo intavolato con Kantfish (Emanuele Giusto) già qualche anno fa per la costruzione dei temi e delle atmosfere musicali che dovevano accompagnare un suo reportage sull’Angola. Per 'Chaos' non volevamo realizzare un videoclip tradizionale, piuttosto un esperimento di videoarte che esprimesse il concetto di 'chaos creativo' attraverso molteplici citazioni all’arte di Bansky o di Obey, piuttosto che a quella di Dalì o Leonardo".
Perché “Chaos” è l’album che, più di tutti, è portavoce della complementarietà culturale che promuovi attraverso le tue canzoni?
"Io lavoro con la musica, ma non è detto che la musica abbia una prevalenza sulle immagini. Io penso che sia proprio 'complementarietà' la parola che meglio definisce questo interscambio. Ho un obiettivo musicale che passa attraverso un processo molto elaborato, ma che anela alla semplicità nella sua forma finale. Attraverso le mie canzoni voglio unire, collegare, mescolare, far ballare, cantare, pensare, sorridere, vibrare".
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